Sabato, il presidente degli Stati Uniti Trump ha annunciato l'introduzione di un'ulteriore tariffa del 10% sui beni provenienti da otto paesi europei, inclusi Germania e Regno Unito, a partire dal 1° febbraio. Se entro il 1° febbraio non sarà raggiunto un accordo sulla Groenlandia, le tariffe salirebbero al 25% dal 1° giugno. Per ora non c'è ancora una dichiarazione ufficiale della Casa Bianca, ma solo l'annuncio di Trump sui social media.
Di fatto stiamo assistendo a uno scenario che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impossibile: una guerra commerciale con i principali alleati degli USA, che fino all'estate scorsa pareva essersi esaurita, ora sta riprendendo in forma molto più dura.
Ancora una volta Trump compie una mossa strana e imprevedibile che alza la tensione globale e altera, tra l'altro, anche gli equilibri valutari. L'Europa ha accettato le richieste tariffarie statunitensi lo scorso luglio, ma una nuova escalation potrebbe attivare lo strumento delle restrizioni agli investimenti, che l'UE finora non ha voluto usare. Se tale misura venisse adottata — e Macron ha già detto della sua necessità — la configurazione dei flussi di capitali transfrontalieri tra Europa e Stati Uniti cambierebbe a scapito del dollaro.
Mentre i paesi europei stanno ancora formulando la loro risposta, diamo un'occhiata agli indicatori macroeconomici. Tre fattori significativi per il mercato valutario, in un modo o nell'altro, suggeriscono un dollaro più forte.
I rendimenti dei TIPS a 5 anni, protetti dall'inflazione, sono risaliti rapidamente dal minimo toccato il 26 dicembre. Dalla fine di novembre il mercato era convinto che la Fed avrebbe tagliato i tassi più attivamente di quanto si pensasse, alimentando un rapido indebolimento del dollaro su tutto il fronte valutario; nelle ultime tre settimane si osserva invece una dinamica inversa. Sebbene questa tendenza sia ancora debole, sembra che ci siano motivi per ritenere che l'inflazione potrebbe riprendere a crescere a gennaio, il che significa che l'effetto ritardato dell'aumento dei dazi inizierà finalmente a farsi sentire sul mercato dei consumi.
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato domenica che è improbabile che la Corte Suprema annulli i dazi imposti dal Presidente Donald Trump ai sensi dell'International Emergency Economic Powers Act, perché un'eventuale cancellazione equivarrebbe a smantellare l'intera agenda economica di Trump. Con ciò Bessent ha chiarito l'unità della Casa Bianca sulla questione "acquistare la Groenlandia". La decisione della Corte Suprema potrebbe essere presa già questa settimana e, se favorevole a Trump, il dollaro probabilmente reagirà con un rally.
Da ultimo, è cambiata la lettura del mercato sui tagli Fed: se il 29 dicembre si vedevano due riduzioni nel 2026 (aprile e luglio),lunedì mattina il prossimo taglio è stato posticipato a giugno, con il secondo previsto per dicembre o addirittura gennaio 2027. In altre parole, le prospettive sulla politica monetaria della Fed sono diventate più aggressive.
Curiosamente, il mercato ha reagito nel modo opposto a quanto si sarebbe potuto aspettare dalle accuse contro il presidente della Fed Powell. Trump vuole accelerare i tagli e mette pressione sui membri della Fed, ma il mercato ha in gran parte ignorato queste mosse, inclinando invece verso uno scenario di tagli più lenti: un fattore in sé rialzista per il dollaro.
Infine, osserviamo i cambiamenti nel posizionamento speculativo sui futures. Secondo il report CFTC pubblicato venerdì, la posizione corta netta sul dollaro USA si è ridotta nella settimana di 9,3 miliardi durante la settimana di riferimento, attestandosi a -2,7 miliardi, il che significa che è stata praticamente eliminata, con lo yen e l'euro a soffrire maggiormente.
In conclusione, l'opinione del mercato sembra lentamente spostarsi a favore di un dollaro più forte. Gli indicatori macroeconomici non danno ancora basi solide per un'inversione netta delle attese, ma per ora la geopolitica domina l'equilibrio dei rischi. Ne consegue che il dollaro potrebbe accelerare il suo rafforzamento nel breve periodo, mentre per un movimento più ampio e strutturale al momento non si riscontrano ancora prove sufficienti.