Alla chiusura di venerdì scorso, gli indici azionari hanno registrato performance contrastanti: l'S&P 500 è salito dello 0,03%, il Nasdaq 100 ha guadagnato lo 0,28%, mentre il Dow Jones Industrial è crollato dello 0,58%.
Oggi il dollaro è sceso rispetto alla maggior parte delle valute principali. I disaccordi sul bilancio, i rischi di uno shutdown governativo negli USA e il potenziale coinvolgimento degli Stati Uniti negli interventi valutari in Giappone hanno pesato sul sentiment nei confronti della valuta di riserva globale. L'oro ha superato per la prima volta i 5.000$ l'oncia grazie alla domanda come bene rifugio. Le valute asiatiche hanno beneficiato del calo del dollaro: il ringgit malese è salito ai massimi dal 2018, il won sudcoreano ha raggiunto il livello più alto da circa tre settimane e il dollaro di Singapore si è rafforzato ai massimi dal 2014.
La volatilità sui mercati valutari è aumentata dopo la dichiarazione del capo della divisione valuta del Giappone, Atsushi Mimura, secondo cui le autorità di Tokyo reagiranno in stretta coordinazione con i colleghi di Washington. In precedenza, il primo ministro giapponese Sanae Takaichi aveva avvertito i mercati che il governo era pronto ad intervenire. In queste condizioni la coordinazione della politica della Fed è un segnale cruciale: se i mercati interpretano la cooperazione come disponibilità ad accettare condizioni globali più accomodanti per il dollaro, soprattutto se abbinato a una risposta debole della Fed, ciò potrebbe esacerbare il calo del dollaro. I trader hanno anche interpretato alcune mosse della Federal Reserve Bank di New York come indizio che la banca centrale si sta preparando ad assistere i funzionari giapponesi nell'intervento diretto sul mercato dei cambi per sostenere lo yen.
I titoli del Tesoro sono leggermente aumentati a causa delle minacce di dazi statunitensi sul Canada e dell'acuirsi delle tensioni geopolitiche. Gli indici azionari sono scesi in Giappone, Corea del Sud e Hong Kong.
Come ricordato, l'oro ha superato per la prima volta i 5.000$ l'oncia, proseguendo il forte rally innescato dal cambiamento dei rapporti internazionali sotto l'amministrazione Trump e dalla fuga degli investitori dai titoli di Stato e dalle valute. L'argento è balzato di oltre il 6%, toccando un massimo storico. Si prevede che l'attenzione continuerà a spostarsi verso le materie prime: la domanda di asset rifugio sarà alimentata dall'aggravarsi delle tensioni geopolitiche, dal continuo deprezzamento del dollaro, nonché dalla continua disponibilità di liquidità e dai tassi di interesse più bassi della Federal Reserve.
Le preoccupazioni per un nuovo shutdown del governo USA sono aumentate: il leader dei democratici al Senato, Chuck Schumer, ha promesso di bloccare un massiccio pacchetto di spesa se i repubblicani non toglieranno i finanziamenti al Dipartimento della Sicurezza Interna. I trader seguono inoltre con attenzione le tensioni geopolitiche dopo che Trump ha inviato forze navali in Medio Oriente, alimentando speculazioni sul fatto che possa dare seguito alle minacce di colpire la leadership iraniana in risposta alla repressione delle proteste nazionali.
Per quanto riguarda il quadro tecnico dell'S&P 500, oggi l'obiettivo principale per gli acquirenti sarà superare la resistenza più vicina a 6.914$. Questo consentirebbe di sostenere la dinamica rialzista e aprirebbe la strada verso un nuovo livello di 6.930$. È altrettanto prioritario mantenere il controllo sopra 6.946$ per consolidare la pressione rialzista. Se il prezzo dovesse scendere a causa del calo della propensione al rischio, gli acquirenti dovranno intervenire a 6.896$: un'eventuale rottura spingerebbe rapidamente l'indice verso 6.883$ e aprirebbe la strada a ulteriori ribassi verso l'area di 6.871$.