Il mercato ha ceduto alla paura

Il pesce puzza dalla testa. Le prime a entrare in correzione sono state le società dei Magnifici Sette. La svendita delle grandi aziende tecnologiche è iniziata ancor prima del conflitto in Medio Oriente, e l'aumento dei prezzi del petrolio, insieme alle preoccupazioni per un rallentamento dell'economia statunitense e per il calo degli utili aziendali, ha diffuso la paura su tutto il mercato. Di conseguenza, l'S&P 500 ha iniziato a scendere con decisione.

Andamento delle azioni delle società del G7


La revisione al ribasso della seconda stima del PIL del quarto trimestre allo 0,7%, la modesta crescita della spesa dei consumatori dello 0,1% e l'accelerazione del PCE core — l'indicatore di inflazione preferito dalla Fed — allo 0,4% aumentano i timori di una potenziale stagflazione. Bank of America traccia un parallelo con il 2007–2008, quando il Brent raddoppiò da 70$ a 140$ al barile, provocando in ultima istanza la recessione dell'economia USA e il crollo dei mercati azionari americani.

All'epoca, secondo la banca, il suo più grave errore di politica monetaria fu della BCE, che aumentò i tassi, preoccupata per l'inflazione in aumento. Dopo il rallentamento dell'economia il regolatore fu costretto ad allentare la politica monetaria in modo aggressivo.

Andamento del petrolio e politica della BCE


Oggi anche altre banche centrali si trovano in una posizione difficile. Dalla Fed ci si aspetta il riconoscimento del duplice rischio: inflazione in accelerazione a causa del petrolio e contemporaneo rallentamento della crescita economica. In tale scenario le mani della Fed potrebbero risultare legate, e mantenere i tassi elevati a lungo potrebbe rivelarsi un errore simile a quello della BCE di quasi vent'anni fa.

Nel frattempo Goldman Sachs avverte che il Brent rischia di riscrivere i massimi del 2007–2008 intorno a 147,5$ se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso fino alla fine di marzo. Non si vedono segnali di riapertura dell'importante arteria petrolifera globale. Sono state perse circa 10 mln b/g, e lo scarico di riserve strategiche da parte dei Paesi membri dell'AIE potrebbe compensare soltanto 3 mln b/g di questi.

Secondo IFM Investors, anche nel caso in cui il conflitto in Medio Oriente finisse oggi, i prezzi del petrolio difficilmente scenderebbero sotto 70–80$ al barile, livello che comunque peserebbe negativamente sull'economia USA.


Il tentativo di Donald Trump di lanciare un salvagente all'S&P 500 con l'annuncio che l'Iran sarebbe disposto a negoziare non ha avuto effetto: da Teheran è arrivata una smentita. Di negoziati con Washington non si parla. Il conflitto armato in Medio Oriente continua, e più a lungo durerà, peggiori saranno le conseguenze per l'indice azionario.

Tecnicamente, sul grafico giornaliero l'S&P 500 mostra una correzione all'interno del trend rialzista. È stato aggiornato il minimo locale a 6.635, dopodiché è aumentato il rischio di un'ulteriore discesa verso 6.510 e 6.390. Finché le quotazioni resteranno sotto la resistenza rappresentata dal pivot a 6.665, i ribassisti manterranno il controllo del mercato. Si consiglia una strategia di vendita.