Oggi il petrolio si è leggermente stabilizzato dopo il calo di ieri del 3%. Il Brent è scambiato intorno a 95$ al barile, il WTI è intorno a 93$. Il benchmark americano ha guadagnato oltre il 6% nel corso della settimana, poiché i segnali contrastanti riguardanti i negoziati hanno reintrodotto parte del premio di guerra che l'ottimismo di maggio era riuscito a eliminare.
L'andamento di questa settimana è rivelatore. All'inizio di aprile, quando USA e Iran avevano raggiunto un accordo di cessate il fuoco, i futures sono scesi di circa il 20% rispetto al loro picco. Il successivo ottimismo sulle negoziazioni ha continuato a comprimere i prezzi per alcune settimane. Ora il pendolo è tornato indietro: Hezbollah ha rifiutato il cessate il fuoco libanese, sono ripresi attacchi contro Kuwait e Bahrain, e un'esplosione al terminale di esportazione petrolifera a Mina al‑Fahal in Oman — uno dei pochi punti di carico ancora operativi per il greggio mediorientale — ha aumentato il nervosismo, sebbene l'operatività del terminal sia poi ripresa. Il mercato ha ricevuto motivi sufficienti per reintegrare parte del premio geopolitica.
Nel frattempo, Trump continua ad affermare che un accordo è vicino. Ieri ha scritto sui social che è «nel bel mezzo delle trattative finali» con l'Iran. Alla domanda sul rifiuto di Hezbollah al cessate il fuoco libanese ha risposto: «Non mi hanno rifiutato» e ha affermato che sono stati loro a chiamare per discutere della cessazione delle ostilità. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha invece dichiarato pubblicamente la mancanza di progressi concreti. Il mercato ascolta entrambe le versioni e preferisce rimanere cauto.
Ultimamente, le dichiarazioni contraddittorie non rappresentano più un fattore negativo significativo: si limitano a frenare un'eccessiva crescita dei prezzi. I trader sono disposti a ridurre parzialmente il premio di guerra dopo notizie positive, ma finché non ci saranno progressi concreti sul campo, è prematuro parlare della scomparsa del premio per il rischio.
Stasera verranno pubblicati i Non‑Farm Payrolls di maggio, che rischiano di dare un'ulteriore spinta ai prezzi del petrolio. Se l'occupazione risulterà forte, aumenteranno le scommesse su nuovi rialzi dei tassi da parte della Fed: il dollaro si rafforzerà, cosa che tradizionalmente pesa sulle materie prime denominate in valuta statunitense. Se invece i dati saranno deboli, la narrativa sull'inflazione si indebolirà leggermente e il petrolio potrebbe godere di una breve tregua. In ogni caso la variabile chiave per il mercato petrolifero rimane la stessa: lo Stretto di Hormuz e l'esito dei negoziati.
Dal punto di vista tecnico, per gli acquirenti è importante conquistare la resistenza immediata a 100,40$. Questo permetterebbe di puntare a 106,80$, livello oltre il quale la rottura sarebbe piuttosto difficile. Target più ambizioso: area 110,80$. Se il petrolio dovesse scendere, i ribassisti tenteranno di prendere il controllo di 92,54$. Se ciò dovesse accadere, la rottura del range infliggerebbe un duro colpo alle posizioni long e potrebbe spingere il petrolio verso il minimo a 86,50$, con prospettiva di calare fino a 81,40$.