L'evento chiave della settimana è ormai alle spalle e non ha riservato spiacevoli sorprese al mercato. Come mostrato dal rapporto, l'indicatore d'inflazione preferito dalla Fed è uscito esattamente in linea con le attese. Il PCE core di maggio è cresciuto dello 0,4% su base mensile e si è attestato al 4,1% su base annua, il massimo di diversi anni. L'indicatore core, esclusi alimentari ed energia, è salito dello 0,3% mese su mese e del 3,4% anno su anno. Poiché questi erano i dati previsti, la minaccia di una sorpresa, tanto temuta dai mercati dopo la svolta restrittiva, non si è concretizzata.
Dietro i dati principali però si intravede una struttura chiara. Dei 156,1 miliardi di dollari dell'aumento della spesa dei consumatori, oltre la metà è andata ai servizi, ma l'energia si è confermata ancora una volta il principale motore dell'inflazione per il mese. La spesa per benzina e altri prodotti energetici è aumentata di 21,1 miliardi di dollari, risultando il secondo incremento per importanza dopo i servizi finanziari. È l'eredità diretta della guerra con l'Iran e del petrolio caro: a maggio il prezzo del greggio era ancora sopra i 90$ al barile, mentre oggi è già intorno ai 75$. In altre parole, il PCE di maggio è in larga parte l'impronta del periodo bellico, con lo Stretto di Hormuz bloccato e l'energia che ha spinto i prezzi in tutta l'economia.
Il quadro di redditi e spesa mostra che il consumatore statunitense, per ora, regge. I redditi personali sono aumentati dello 0,7%, i redditi disponibili dello 0,7%, e la spesa reale ha registrato un +0,3%. È però importante una precisazione: una parte significativa dell'aumento dei redditi di maggio è dovuta a fattori una tantum, in particolare ai pagamenti agli agricoltori nell'ambito di programmi di assistenza per calamità naturali. Senza questo contributo la dinamica dei redditi sarebbe apparsa più contenuta. Il tasso di risparmio è rimasto basso, al 3,0%, il che indica che le famiglie continuano a spendere senza accumulare un'ampia riserva di liquidità.
Per il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, questi dati costituiscono uno sfondo rassicurante, seppur ambiguo. Da un lato, l'inflazione al 4,1% è più che doppia rispetto all'obiettivo del regolatore del 2%, il che legittima la sua retorica severa e la disponibilità a rialzare i tassi. Dall'altro, l'uscita esattamente in linea con le previsioni rimuove l'argomento per misure restrittive immediate e impreviste. Ricordo che il segretario al Tesoro Bessent, all'inizio della settimana, aveva previsto proprio 4,1% per il dato generale e 3,4% per il core — previsione che si è rivelata corretta. Bessent ha inoltre sostenuto che, ora che il conflitto con l'Iran è superato, i prezzi della benzina scenderanno e l'inflazione tornerà verso l'obiettivo.
Dopo la firma del memorandum di pace il Brent è sceso al di sotto del livello prebellico di 72$ e il prezzo medio della benzina negli USA si è avvicinato a 4$ al gallone, rispetto al picco di maggio oltre 4,56$. Questo significa che il contributo energetico che ha gonfiato l'inflazione di maggio inizierà a operare in senso contrario nei dati di giugno e luglio. Se l'impulso disinflazionistico dovuto al petrolio a buon mercato si consoliderà, Warsh avrà un motivo per non affrettare ulteriori rialzi, nonostante il dato principale ancora allarmante.