Già oggi l'oro scende di nuovo, perdendo l'1,1% scambiato a 4.062$ l'oncia. Ciò segue il rialzo di oltre il 2% registrato nelle due sessioni precedenti, quando l'attacco al tanker con greggio qatariota nello Stretto di Hormuz aveva temporaneamente rialzato il premio geopolitico. Tuttavia, non appena USA e Iran hanno concordato la sospensione dei reciproci attacchi e la ripresa dei negoziati questa settimana, il metallo è tornato a girare al ribasso. La logica è la solita e ben nota: la de‑escalation e il petrolio più economico riducono le attese d'inflazione e la pressione sui tassi, e con esse il supporto dell'oro si affievolisce.
Dall'inizio della guerra, alla fine di febbraio, il metallo ha perso oltre il 23%. È un'inversione drammatica per un asset tradizionalmente considerato rifugio. La ragione però è chiara e già più volte descritta: la guerra ha fatto salire i prezzi dell'energia e l'inflazione, l'inflazione ha costretto le banche centrali a mantenere tassi alti, e i tassi elevati comprimono un metallo che non rende interessi più di quanto la paura geopolitica lo sostenga. I dati sull'inflazione USA hanno solo consolidato questo quadro. Sebbene l'indice PCE fosse elevato, rientrava nelle previsioni, e questo non ha fornito all'oro nuovi motivi per salire.
Curiosamente, però, il comportamento del metallo sta cambiando, e questo è un'osservazione importante. Il fatto che l'oro riesca a mantenersi sopra i 4.000$ anche in presenza di nuove tensioni nello Stretto suggerisce il ritorno di compratori sui ribassi, pronti a difendere quel livello. Questo indica che l'oro sta diventando sempre più resistente alla volatilità mediorientale, soprattutto ora che ha completamente azzerato i guadagni dall'inizio dell'anno e gli speculatori focalizzati su movimenti rapidi si sono in gran parte spostati su altri asset. In altre parole, i capitali speculativi hanno abbandonato l'oro e gli investitori a lungo termine, pazienti, rimangono ai livelli attuali.
Questa osservazione conferma quanto scritto in precedenza, quando le grandi banche hanno massicciamente rivisto al ribasso le previsioni. Goldman Sachs e Deutsche Bank hanno tagliato i target, smettendo di scontare tagli della Fed nel corso dell'anno; tuttavia i loro nuovi target implicano comunque un rialzo rispetto ai livelli correnti. Al momento il fattore ribassista fondamentale principale è il dollaro forte e i tassi elevati, e finché la Fed manterrà un orientamento "falco" — come indicato la scorsa settimana da Williams, Goolsbee e Barkin — sarà difficile per l'oro invertire la rotta.
Nel breve termine, il destino del metallo prezioso si deciderà probabilmente alla soglia dei 4.000$. Se questo livello regge, si potrà sperare in un recupero; se verrà infranto, si aprirà la strada a una correzione più profonda.
Oggi l'argento scende più decisamente, -2% a 58,99$, mentre platino e palladio sono anch'essi in territorio negativo.
Dal punto di vista tecnico, gli acquirenti devono conquistare la resistenza immediata a 4.062$ per puntare al livello successivo a 4.124$, oltre il quale la rottura sarà piuttosto difficile. L'obiettivo più ambizioso è l'area a 4.186$. In caso di ribasso, i venditori cercheranno di riprendersi il controllo di 4.008$: la rottura di questa fascia danneggerebbe seriamente le posizioni long e potrebbe spingere l'oro verso il minimo a 3.954$, e poi fino a 3.906$.