Il Canada è fisicamente incapace di soddisfare pienamente il fabbisogno di alluminio degli Stati Uniti, anche se reindirizzasse l'intera produzione interna verso sud. È la conclusione degli analisti di Morgan Stanley, che hanno valutato l'impatto sul mercato di un'eventuale riduzione dei dazi all'importazione statunitensi.
L'industria americana dipende quasi totalmente dalle forniture estere: le importazioni coprono circa l'80% dei consumi interni. Storicamente, il partner principale di Washington è il Canada, che ha assicurato il 68% degli acquisti statunitensi (in media 192.000 tonnellate al mese nel primo semestre 2026). Tuttavia, i calcoli di mercato sono inesorabili: la produzione totale delle fonderie canadesi nello stesso periodo è stata di 1,6 milioni di tonnellate, equivalente a solo il 95% del fabbisogno totale di importazioni degli Stati Uniti.
Attualmente a Washington si discute di ridurre i dazi su una parte dell'alluminio canadese dal 50% al 25%. Morgan Stanley ritiene che una misura del genere stimolerà fortemente i produttori canadesi a riallocare i flussi di esportazione, abbandonando le forniture esenti da dazi verso l'Europa e indirizzando invece il metallo verso gli acquirenti americani.
Tuttavia, non è atteso un miracolo di prezzo sul mercato interno americano. Poiché gli Stati Uniti dovranno comunque acquistare i volumi mancanti dai paesi soggetti al dazio massimo del 50%, il premio di prezzo sul Midwest resterà ancorato all'alta tariffa. Gli analisti stimano piuttosto una correzione moderata: il premio potrebbe ridursi di circa la metà e tradursi in un calo di 10–12 centesimi per libbra. Il mercato europeo, a sua volta, potrebbe subire un aumento temporaneo dei premi a causa dello spostamento di materie prime dal Canada, ma questo gap dovrebbe essere rapidamente colmato dai produttori del Medio Oriente.