Lo yuan raggiunge livelli record in un contesto di diffusa riluttanza delle imprese a prendere prestiti

Lo yuan offshore si è rafforzato fino a 6,7 per dollaro, aggiornando il massimo degli ultimi quattro anni. La Banca Popolare Cinese sta innalzando metodicamente il tasso di riferimento giornaliero della valuta per l'ottava sessione di negoziazione consecutiva. Questo evidente rally valutario avviene alla vigilia del vertice sino‑statunitense: il 24 settembre Xi Jinping e Donald Trump si incontreranno a Washington per discutere i legami commerciali.

La valuta cinese si prepara a chiudere in positivo il settimo trimestre consecutivo, mantenendo con sicurezza lo status di valuta più forte dell'Asia. A sostenerla contribuiscono la stabilità delle esportazioni e il settore aziendale che smaltisce massicciamente i proventi in valuta estera. Parallelamente Pechino espande la propria infrastruttura finanziaria indipendente: la Shanghai Clearing House ha aggiunto il dollaro di Singapore e quello neozelandese, oltre al baht thailandese, ai suoi servizi di regolamento. Solo nella prima sessione dodici banche hanno eseguito operazioni per quasi un miliardo di yuan, ampliando l'uso della valuta nazionale nelle operazioni transfrontaliere.

Il paradosso della situazione è che lo yuan è riuscito a resistere sia alle pressioni esterne che alle crisi interne. La moneta cinese resta stabile nonostante il rafforzamento globale del dollaro dopo le recenti mosse della Fed. Tuttavia dietro la facciata di uno yuan forte si nasconde un netto calo della domanda interna. Ad agosto le banche cinesi hanno erogato nuovi prestiti per soli 60 miliardi di yuan, rispetto ai 400 miliardi attesi, e la crescita del volume totale dei prestiti è crollata fino al record minimo del 4,9% su base annua.