Il petrolio è sceso dopo la dichiarazione di Donald Trump secondo cui gli Stati Uniti non attaccheranno l'Iran prima delle elezioni di midterm, e il Brent è sceso sotto i 103 dollari al barile. Il contratto di dicembre ha perso l'1,3%, attestandosi a 102,94 dollari, mentre il WTI con consegna a novembre è calato dell'1,2%, a 90,37 dollari. Ieri il Brent era salito di oltre il 4%, quindi il ribasso attuale ripaga solo in parte il balzo di giovedì.

Il mercato ha interpretato il messaggio come una pausa che potrebbe protrarsi per oltre tre settimane senza azioni offensive contro Teheran. In un post sui social il presidente ha citato colloqui proficui con l'Iran, senza però fornire dettagli, e ha sottolineato che il blocco navale dei porti iraniani resta in vigore. Le elezioni sono fissate per il 3 novembre e il controllo repubblicano del Congresso è in bilico; l'aumento dei prezzi di benzina e diesel è diventato uno dei temi chiave per gli elettori. Per questo motivo, considero questa decisione più una questione di calcolo politico interno che un cambiamento di politica nei confronti dell'Iran.
Da notare la cifra citata da Trump: secondo lui, nella notte sono transitati attraverso lo Stretto di Hormuz 22 milioni di barili, cioè più del tipico flusso giornaliero pre‑crisi. Non ha fornito conferme, e la sua stima è superiore alle recenti valutazioni dei dirigenti del settore: il CEO di Vitol aveva parlato di circa 12 milioni di barili al giorno, mentre il comando americano aveva indicato 20 milioni. È significativo che perfino le cifre ufficiali divergano quasi del doppio, e ciò spiega perché i trader non sono pronti a credere in un completo ripristino dei flussi.
La situazione in mare non si è calmata. L'Iran continua gli attacchi nello Stretto, e secondo l'agenzia Fars nella tarda serata di giovedì si sono registrate diverse forti esplosioni in Hormuz quando alcune petroliere percorrevano la rotta meridionale e sono saltate su mine — notizia non indipendentemente verificata. Il servizio britannico UKMTO ha conteggiato nove attacchi nello Stretto dall'inizio di ottobre.
Il costo del trasporto è diventato un fattore autonomo. Spedire petrolio dal Golfo Persico all'Asia orientale oggi costa più di sei volte rispetto al periodo pre‑conflitto, e questo aumento record del nolo aggiunge enormi oneri a tutta la catena logistica. Per questo il prezzo di raffinazione aumenta anche con futures stabili, e il peso ricade infine sui consumatori di diesel e benzina. Ulteriore incertezza deriva dalla ripresa dei combattimenti tra Arabia Saudita e gli Houthi sostenuti dall'Iran in Yemen.
Un altro rischio arriva dal Golfo del Messico. L'uragano Isaias si sta rafforzando e dovrebbe raggiungere le coste USA tra venerdì sera e sabato mattina, minacciando Alabama, Mississippi e il nord della Florida. I produttori hanno già interrotto la produzione a circa 1,3 milioni di barili al giorno, ovvero oltre il 60% della produzione della regione.
A mio avviso, il Brent resterà nelle prossime sessioni probabilmente tra 98 e 106 dollari, e il principale rischio è ancora al rialzo, dato che un uragano, mine nello Stretto o nuovi annunci da Washington possono spingere il prezzo oltre i 105 dollari in una sola giornata. Ritengo improbabile un consolidamento sostenuto sotto i 100 dollari fino al 3 novembre; più verosimilmente il movimento ribassista si fermerà a questo livello psicologico.

Dal punto di vista tecnico, per gli acquirenti è importante conquistare la resistenza immediata a 92$. Questo permetterebbe di puntare a 96$, livello oltre il quale la rottura sarebbe piuttosto difficile. Target più ambizioso: area 100$. Se il petrolio dovesse scendere, i ribassisti tenteranno di prendere il controllo di 89$. Se ciò dovesse accadere, la rottura del range infliggerebbe un duro colpo alle posizioni long e potrebbe spingere il petrolio verso il minimo a 87$, con prospettiva di calare fino a 83$.
